Milano 1946

Borroni, 60 anni di un pendolare del baseball

Una vita passata tra Bollate e Milano, avanti e indietro un'infinità di volte: Marco Borroni festeggia i 60 anni senza scegliere tra le due sponde del baseball milanese: "Il Bollate è la squadra in cui sono cresciuto, a Milano la consacrazione con la Mediolanum. Mi chiamavano Wimpy perchè a fine anni Ottanta mangiavo tanto e ingrassavo, così un americano mi paragonò al personaggio di Braccio di Ferro che divorava panini. Sono orgoglioso di aver giocato con e contro grandissimi personaggi, nel momento migliore del baseball italiano. Che brividi se penso a come abbiamo vinto la coppa Coppe del '92. Mazzotti l'allenatore a cui devo molto. Valle il pitcher che mi faceva soffrire. Dave Farina il miglior lanciatore straniero. Gli uomini simbolo del baseball? Beneck, Notari e... Giovanni Farina".


Bollate o Milano? Milano o Bollate? Inutile chiedere a Marco Borroni dove sia rimasto il suo cuore. Lui, che è stato il vero pendolare del baseball milanese, non risponderebbe mai a questa domanda. E giustamente, visto che in fondo tanto ha dato e tanto ha ricevuto da entrambi i club. Cresciuto nel fantastico Bollate degli anni Settanta, quello targato Norditalia che riempiva il vecchio campo di via Verdi ad ogni partita, e arrivato all’apice della carriera nella Mediolanum degli anni Novanta, quella che illuse Milano di poter tornare stabilmente nel grande giro e comunque conquistò coppe in Italia e in Europa. Ecco, gli estremi della vita baseballistica di Marco Borroni sono questi, motivo per cui Bollate e Milano resteranno sempre inscindibili nel suo diamante ideale. Nato appunto a Bollate il 19 settembre 1960, Borroni ha debuttato giovanissimo in serie A nel 1975, per passare al Milano una prima volta nel 1980. Nell’81, con l’autoretrocessione dei rossoblù, torna di nuovo per un anno a Bollate, poi dall’82 all’84 è a Milano. Nell’85 rientra in biancorosso per restarci fino al ’92, quando passa nuovamente sull’altra sponda per due stagioni. Nel ’94 la Mediolanum si scioglie, il Milano riparte dalla C e Marco riparte da Bollate: gli ultimi tre anni nella società di origine prima di tornare a Milano ancora nel ’97-98. Poi ennesima autoretrocessione e Borroni va prima a Lodi e poi a Codogno, per chiudere nel Milano consorziato all’Ares prima come giocatore nel 2001 e poi per una stagione incompiuta da allenatore nel 2002.

 

Ecco spiegato il pendolare del baseball, un giocatore comunque da 558 partite in serie A1 con un più che rispettabile 307 di media battuta, che ha vestito anche 283 volte la maglia rossoblù, 19° giocatore all-time come presenze nel Milano in 9 stagioni da giocatore più una da allenatore.

 

E adesso, Marco, qual è il tuo rapporto con il nostro sport? Fai ancora qualcosa?
“No, sono fuori da una decina d’anni. L’ultimo impegno l’avevo preso come coach del softball a Caronno, contribuendo a portare la squadra dalla A2 alla A1. Ma adesso, con tre figli giovanissimi, di 8, 6 e 4 anni, come potrei trovare il tempo?”.

 

Tre bambini di quell’età non ti fanno sicuramente sentire invecchiato… Nemmeno all’alba dei 60 anni.
“No, infatti. Dopo i miei primi due figli, ormai ventenni, ho avuto questi tre che mi tengono sotto pressione dalla mattina alla sera. Papà vieni a giocare, papà andiamo al parchetto, papà andiamo in bici… Non sono certo un sessantenne da birretta e divano. Tre figli che mi tengono ancora giovane, ma che mi costringono a pedalare. Non posso permettermi di sentire il peso dell’età”.

 

Marco Borroni, detto Wimpy. Perché? Ce lo racconti?
“ Perché a fine anni Ottanta avevo cominciato a mangiare tanto e a ingrassare. Così un americano, ma sinceramente non ricordo chi, cominciò a chiamarmi Wimpy, che altro non è che il nome americano di Poldo, il personaggio di Braccio di Ferro che si abbuffa di panini. E così sono trimasto sempre Wimpy, anche se adesso mangio molto meno”.

 

Come sei arrivato al baseball?
“Nel modo più naturale per un ragazzo di Bollate degli anni Settanta, quando qui tutto parlava di baseball e il nostro sport lo trovavi in tv o sulla Gazzetta. Ho iniziato nelle giovanili a 8 anni, con Guido Soldi come allenatore e Roberto Radaelli come compagno di squadra. E a 16 anni ero già stabilmente in prima squadra, grazie anche alla regola degli under che era in vigore allora. E da lì è cominciata la mia carriera, che mi ha dato l’onore di conoscere e di giocare con personaggi che hanno fatto la storia del baseball italiano come Cherubini, i fratelli Marazzi, Bortolomai, Paolo Re, Radaelli, Allara, Bianchi, Manzini o il grande Teddy Silva, perché da giovane ho fatto in tempo a giocare anche con lui. Per non parlare poi di tutti i big che ho incontrato negli anni: da Castelli a Guzman a tanti, tanti altri. Una storia che mi ha permesso di vivere quello che penso sia stato il baseball più bello, dagli anni Settanta fino ai Novanta, alla Mediolanum di Berlusconi, quando a 32 anni ho raggiunto l’apice della mia carriera, vincendo una coppa delle Coppe, giocando una semifinale scudetto, chiudendo la stagione tra i primi tre battitori del campionato. Insomma, i miei anni migliori”.

 

Che cos’era il baseball per un ragazzo di Bollate degli anni Settanta?
“Era tutto. Perché noi non avevamo i social, al massimo leggevamo Tuttobaseball, che era la rivista del nostro sport. Che allora aveva molto seguito. E Bollate aveva un vivaio incredibile: pensa ai fratelli Marazzi, i fratelli Bortolomai, i fratelli Re. Solo a Parma e a Nettuno potevano avere un vivaio di quel livello. E infatti in quegli anni alle finali nazionali delle categorie giovanili c’eravamo sempre noi e loro”.

 

Poi però inizia il tuo viaggio Bollate-Milano, andata e ritorno…
“Sì, nel ’79 il Bollate è retrocesso e io sono stato portato a Milano da Cameroni e Pipolo assieme a Brusati, Paolo Re e altri. Una specie di carovana. E da lì è iniziato effettivamente il mio avanti-indietro fino all’ultimo sciogliete le righe del Milano, nel ’98, quando con Pasotto e Spinosa andai a Lodi, e poi a Codogno. Ma fino in fondo a Milano ho giocato in grandi squadre, l’Edilfonte, la Cei, la Mediolanum, per finire con quella del ’97 che conquistò l’ultima promozione in A1 con Paolo Re allenatore e un vero squadrone. Piazzi , Torchio e Baldi sul monte, Fraschetti catcher, e poi tutti gli altri, Alex Neri, Guerci, Pasotto, Anedda, tutti italiani. E abbiamo dominato il campionato perdendo solo un paio di partite. Poi, l’anno dopo, non ho giocato piùin campionato ma Mazzotti mi chiamò per portarmi a Zagabria e inserirmi nella rosa per la coppa delle Coppe. Ma in sostanza feci solo atto di presenza”.


Al Milano hai chiuso però con una stagione da allenatore.

“Sì, era nel periodo della fusione con l’Ares, ma non fu una grande  esperienza. Mi piaceva allenare, in squadra erano tutti bravi ragazzi, ma almeno dal mio punto di vista qualcosa non ha funzionato. Magari proprio per colpa dell’allenatore, magari ho sbagliato a fare dei cambi o ho preteso troppo da qualche giocatore…”.

 

Torniamo indietro: ricordi il tuo debutto in serie A?
“A Bologna da esterno destro, non contro la Fortitudo ma contro l’altra squadra, che allora poteva essere la Famir. Una partita in cui ne abbiamo fatte di cotte e di crude, ricordo che ci allenava Spica e c’era Passarotto interbase. Facemmo una decina di errori e io contribuii con un paio di lisci. Ma non era il mio ruolo, io mi allenavo sempre da terza base. Comunque alla fine sono arrivato a giocare quasi 600 partite in A1: non ero un giocatore eccelso, ma me la cavavo”.

 

E sei arrivato anche in Nazionale, seppure per 3 presenze.
“Sì, fui convocato da Ambrosioni per una tournèe a Nashville, giocammo una serie di amichevoli con gli Stati Uniti. Diciamo che fu una specie di premio alla carriera. Anche se forse avrei meritato almeno la Nazionale PO, i probabili olimpici, negli anni Ottanta. Però arrivavo dal Bollate, che era una piccola società… E comunque con la Juniores ho fatto i Mondiali in Argentina nel ’77 arrivando terzo, e l’anno dopo gli Europei. Era una bella Nazionale con i vari Costa, Trinci, Radaelli, Martelli, Giorgi…”.

 

Hai un rimpianto nella tua carriera?
“Forse legato al 1979, quando sarei dovuto andare a Bologna con  Radaelli, ma alla fine restai a Bollate per motivi scolastici. E così in un certo senso persi quel treno, anche perché il Bollate non aveva un grande peso politico…”.

 

Il grande salto della tua carriera, dunque, è stato quello del ’92-93 alla Mediolanum…
“Sì, gli anni del mio miglior rendimento. Un’esperienza straordinaria, con tanti giocatori forti. Non so ancora come abbiamo potuto perdere la semifinale dei playoff con il Bologna. Però quella stagione fu la ciliegina sulla torta della mia carriera, negli anni della maturità e con uno dei migliori allenatori d’Italia e d’Europa come Mazzotti, un tecnico preparatissimo, d’altra parte con un curriculum che parla da solo”.

 

Mazzotti che in precedenza fu anche tuo compagno di squadra.
“Sì nell’80 all’Edilfonte, ma poi lui ha studiato presto da allenatore. Con lui in quella squadra c’erano Giulianelli, Lanaro, Brusati, gli altri ex del Bollate. E poi Gonzalez, Basta… una buona squadra. Come la Cei di metà anni Ottanta, con Dummar, Spears, Di Marco, una squadra di un certo livello. Certo il top è stata la finale di coppa delle Coppe del ’92 vinta proprio in casa degli olandesi con un doppio gioco Costa-Brusati-Borroni all’ultimo inning a basi cariche. Una cosa che mi mette ancora i brividi”.

 

Una vittoria che hai festeggiato tirando un pugno al dugout…
“Sì, ma non ditelo agli olandesi che mi stanno ancora cercando per farmi pagare le spese dell’ospedale”.

 

La tua partita indimenticabile?
“Potrebbero essere quelle in cui ho battuto contro grandi pitcher: ricordo il punto della vittoria battuto contro Falcone in un Bollate-Rimini 2-1. O un doppio fatto a Lazorko del Parma. O qualche valida contro Mike Romano. Ma forse se devo scegliere una partita ti dico una vittoria a Collecchio con il Bollate nelle semifinali di A2 in cui ho battuto 4 su 4 con 3 homer. Sarà anche serie A2, ma devi sempre cacciarla fuori…”.

 

L’allenatore che ti ha dato di più?
“Mauro Mazzotti, non c’è dubbio. Per la preparazione degli allenamenti, per il modo maniacale in cui studiava gli avversari e ce li spiegava prima di ogni partita, sul pullman. Quando scendevamo sapevamo pregi e difetti di tutti quelli che ci saremmo trovati di fronte. Un tecnico di una professionalità mai vista. Devo dire che quando ho allenato ho cercato di ispirarmi a quello che avevo imparato da lui”.

 

Da ragazzo avevi un idolo?
“No, direi di no. Però ero estasiato da battitori di classe come Castelli o Carelli”.

 

Il compagno di squadra ideale?
“Beh, io ho un amico col quale sono cresciuto ed è Pasqualino Pignataro. Però nel Milano mi sono divertito moltissimo con un personaggio come Stefano Manzini, che da fuori poteva sembrare un orso e invece standogli assieme un paio d’anni l’ho trovato di una simpatia estrema. E un altro come lui era Lino Capuozzo, che purtroppo ci ha lasciato quest’anno”.

 

Il campo preferito?
“Bollate. Perché il Kennedy era troppo lungo”.

 

La trasferta?
“Le trasferte erano tutte belle, perché praticamente si viveva sul pullman, che per noi diventava una seconda casa. Si partiva per Nettuno, per Rimini, per Grosseto, ore di viaggio cantando, scherzando, giocando…”.

 

La squadra in cui avresti voluto giocare?
“Il Parma dei tempi della Germal e della Parmalat. In realtà avevo avuto anche un mezzo contatto con loro… Che squadrone quello di Guzman, Castelli, Corradi, Cattani, Gallino, Manzini, Ciccone, c’era ancora Dallospedale…”.

 

Facciamo la squadra ideale dei compagni con cui hai giocato?
“No, impossibile: dovrei dirtene almeno tre per ruolo… Ho giocato con tanti bravi compagni: come faccio a scegliere tra i Bortolomai, Brusati, i Marazzi, Allara, Manzini, Silva, Cherubini, Bianchi, Radaelli…?”.

 

Il lanciatore che ti metteva più in difficoltà?
“Forse Fulvio Valle del Parma. Con quello slider che usciva facevo molta fatica a batterlo. Magari ho battuto su tanti americani anche di livello, ma contro Valle ho sempre avuto difficoltà”.

 

I migliori pitcher stranieri che hai visto?
“Ti direi Waits, Lazorko, Gioia, Miele. Ma il top per me è stato Dave Farina: contro di lui una volta a Parma ho preso 4 kappa in una partita, non mi vergogno a dirlo”.

 

E i giocatori stranieri in generale?
“Spica è stato uno dei migliori esterni che ho visto. Dummar un grande battitore oltre che un amico personale. E poi Gallino, Coffman, insomma troppi per poterli dire tutti”.

 

Parliamo allora dei battitori italiani più forti.
“Ne direi tre: Giorgio Castelli per la classe, Roberto Bianchi per la potenza, buttava a 100 metri una palla anche quando la prendeva male, Beppe Carelli per lo stile unico, sapeva abbinare la naturalezza del giro di mazza alla potenza”.

 

Non vuoi fare la squadra dei tuoi compagni, dimmi almeno il Milano ideale secondo te.
“Mi vuoi incastrare per forza… Allora Cherubini e Radaelli sul monte, Fraschetti catcher, Dummar in prima, Brusati in seconda, Morrison o Peonia in terza, Passarotto o Mitchell interbase, Manzini, Spears e Allara esterni, Bianchi designato. Una squadra non da poco, mi pare…”.

 

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Beneck ha portato il baseball a livelli irripetibili. Notari a Parma ha fatto anche lui cose irripetibili. Poi permettimi di mettere un personaggio che magari non ha fatto qualcosa di particolare, ma che per me è un simbolo del baseball, anche perchè lo conoscevano tutti: Giovanni Farina. Senza di lui Bollate avrebbe fatto fatica. Con una postilla dedicata a Bruno Bertani, un altro che ha preso un Bollate che stava per scomparire e l’ha gestito per quarant’anni”.

 

La squadra per cui tifi fuori dal baseball?
“Sono legato a Boston, per cui i Patriots nel football e i Celtics nel basket. Nel baseball ovviamente i Red Sox, purtroppo anche quest’anno…”.

 

Lo sportivo che ammiri in modo particolare?
“Direi Roger Federer”.

 

E l’evento che ti ha emozionato di più?
“La vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio del 2006. Siamo rimasti incollati alla tv fino all’ultimo rigore”.

 

Un messaggio particolare?
“No, mi spiace solo vedere che il baseball italiano non stia molto bene. Soprattutto pensando a quando giocavo io… Mancano troppe piazze importanti: penso a Milano, Torino, Roma, Firenze, Grosseto, Rimini, Trieste… Speriamo che possa cambiare qualcosa”.

Un augurio a cui ci associamo obbligatoriamente.

 

 

Sulla nostra pagina facebook la fotogallery: 

https://www.facebook.com/milanobaseball/photos/pcb.2116326978511084/2116324868511295

19/09/2020